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“I figli che non abbiamo avuto”

Pubblicato su L’Espresso, novembre 2014

Alla fine degli anni novanta, in Perù, migliaia di donne indigene e contadine, vennero sterilizzate contro la loro volontà per adempiere al “Programma di salute riproduttiva e pianificazione familiare” voluto dall’allora presidente Alberto Fujimori. Le prime denunce cominciarono nel 1997, ma sino ad oggi nessuna delle vittime ha ricevuto giustizia. Ciò nonostante, in molte continuano a lottare e a raccontare la loro storie.

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Isabel non avrebbe mai permesso che degli sconosciuti obbligassero sua figlia Sabina a bagnarsi con acqua gelata, buttandole addosso secchiate, grida e insulti, chiamandola “maiale, cagna, cuy” (porcellini d’India peruviani).
Proprio lei, che era solita riscaldare l’acqua sul fuoco, insaponarla delicatamente e pettinarle ilunghi capelli neri fino a farli brillare. Ma quel giorno, il 25 agosto del 1996, Isabel era andata al funerale di alcuni parenti morti in seguito a un incidente stradale, e non poteva immaginare quello che stava accadendo a sua figlia.

Sabina Huilca Cóndor di 26 anni, era all’ultimo mese della sua terza gravidanza, e quando fosse arrivato il momento avrebbe contato come sempre sull’aiuto di sua madre e di sua sorella Nelly. In quegli anni, nella piccola comunità di Huayllacocha, incastrata tra le montagne che circondano Cusco, l’antica capitale dell’impero Inca, a nessuno sarebbe mai venuto in mente di affidarsi a un’equipe di medici, infermiere e ostetriche per qualcosa di tanto naturale e quotidiano come dare alla luce. Ma le “promotrici di salute” che nella seconda metà degli anni novanta avevano cominciato a girare per i villaggi  remoti e le zone rurali del Paese con l’obiettivo di aiutare le contadine e le donne indigene a raggiungere una maggiore coscienza del loro corpo e dei sistemi anticoncezionali, avevano raccomandato a Sabina di fidarsi di loro, perché il nascituro era podalico e un parto in casa avrebbe messo a rischio la vita della madre e del feto. Così, quando a Sabina si ruppero le acque, lei e suo marito Carlos si incamminarono verso il Centro di Salute più vicino.

Quando nacque la piccola Soledad, i medici offrirono a Carlos un brodo caldo in cambio di una sua firma su un foglio che lui, analfabeta, non fu capace di leggere, e lo invitarono ad andare a casa tranquillo, ché sua moglie avrebbe passato lì la notte, per sicurezza.
Non puoi mangiare, perché domattina ti puliscono la pancia” disse un’infermiera a Sabina quella sera.
Sabina passò la notte con Soledad, la bambina che tanto aveva desiderato dopo aver già avuto due maschi. Ma alle sei della mattina la svegliarono urlando: “Lavati la bocca! Hai fatto la doccia? Lavati il corpo!”
“Mi strapparono mia figlia dalle mani. Presero una pompa dell’acqua per lavarmi. Io cominciai a piangere. Mia mamma non mi aveva mai lavato così, con acqua ghiacciata. Mi misero un camice verde e una flebo al braccio. Poi mi legarono le mani e i piedi alla barella”.
“Tu non hai abbastanza soldi per mantenere così tanti figli. Partorite come maiali…”
“Poi mi fecero l’anestesia e io mi addomentai. Cuando mi svegliai stavano ancora finendo di cucirmi”

Sabina era stata sterilizzata. Con la forza e l’inganno. Senza nessuna precauzione igienica e senza gli strumenti chirurgici adeguati. Senza che qualcuno si preoccupasse di possibili complicazioni, infezioni o emorragie. Le avevano tagliato la pancia e le tube in tutta fretta, disturbati dalle sue grida e dalle sue richieste di aiuto e spiegazione. E una volta finito l’avevano ributtata in strada, proprio come ciò che l’accusavano di essere: un animale.

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http://espresso.repubblica.it/foto/2014/11/11/news/i-figli-che-non-abbiamo-avuto-il-peru-e-il-dramma-delle-sterilizzazioni-forzate-1.187515
gallery Mirko Cecchi http://espresso.repubblica.it/foto/2014/11/12/galleria/sterlizzazioni-forzate-in-peru-1.187573#1

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