Colombia

 

 

Per un pugno di smeraldi

Pubblicato su L’Espresso, giugno 2013

La mattina del 4 aprile scorso il cielo a nord di Bogotà era grigio come sempre, ma i petali dei fiori lanciati dall’elicottero della famiglia Carranza verso la tomba del suo più celebre componente lo colorarono all’improvviso. Più giù, nel cimitero Jardines de Paz, Monsignor Héctor Gutiérrez Pabón, attorniato dalla folla, rivolgeva l’ultimo saluto a Víctor Manuel Carranza Niño, conosciuto da tutti come “lo zar degli smeraldi”. Scampato a una serie infinita di attentati e processi pendenti, moriva a 78 anni di cancro alla prostata. Sulla bara, al posto della bandiera colombiana, era posato il poncho bianco a righe nere che portava sempre attorno al collo. Simbolo di appartenenza a un gruppo, quello degli esmeralderos, i signori degli smeraldi, dei quali “Don Victor” era il leader indiscusso.

Personaggio controverso, accusato di legami con il paramilitarismo, Carranza nel corso della sua lunga vita aveva cambiato più volte faccia. Sino agli anni novanta era infatti stato uno dei principali protagonisti della “guerra verde”, iniziata nel 1961 e combattuta dalle famiglie del Boyacà Occidentale per il controllo e lo sfruttamento illegale della regione, principale riserva di smeraldi al mondo.

Nascosto nella selva e reso spesso irraggiungibile da strade non asfaltate che con la pioggia si trasformano in fiumi di fango, il Boyacà Occidentale è sempre stato considerato un far west governato da leggi proprie, dove l’assenza dello Stato ha legittimato di fatto l’autorità di uomini potenti capaci di difendersi da soli.

Ma dopo trent’anni di scontri e oltre cinquemila vittime, Don Victor decise con astuzia che era arrivato il momento di deporre le armi.

Grazie al potere e al rispetto conquistato durante il conflitto, e con l’appoggio influente della Chiesa, Carranza avviò un processo di pace che ebbe il suo culmine il 12 luglio 1990 quando tutti i leader della regione si riunirono a Quipama per firmare, al cospetto di Álvaro Raúl Jarro, vescovo di Chiquinquirà, un patto di non belligeranza.

Da allora seguirono due decenni di relativa calma ma già negli ultimi tempi, mentre la salute dello zar si deteriorava, distinte avvisaglie di un nuovo possibile conflitto iniziavano a farsi sentire.

Oggi come ieri il Boyacà è diviso in due fazioni. E se durante la guerra a scontrarsi contro Victor Carranza e il suo amico Gilberto Molina, sovrani della zona di Borbur, c’era Luis Murcia Chaparro, soprannominato “il Pechinese”, capo del fronte di Coscuez, oggi il pericoloso rivale si chiama Pedro Rincón Castillo, alias “Pedro Oreja”. Finché Carranza era in vita lui e Rincón si contendevano quella parte del territorio chiamato “Consorzio” dove si trovano le due miniere più ricche del Paese: Cunas e La Pita.

Carranza era inoltre azionista di maggioranza di di tre aziende: Tecminas, Esmeracol e Coexminas che messe insieme controllano in pratica l’intero commercio degli smeraldi in Colombia, dalla loro estrazione sino all’esportazione. Quest’ultimo in particolare è il settore più florido. Secondo gli ultimi dati nel 2012 ha generato un guadagno di 121 milioni di dollari grazie alla vendita di oltre 807.000 carati ai mercati di Cina, India, Stati Uniti e Paesi Arabi. Quasi tutti finiti nelle mani di Carranza e dei suoi soci,

Attratto da tale ricchezza e desideroso di avere per sé almeno una parte del bottino, nel 2007 “Pedro Oreja” propose allo zar di unirsi a lui nella gestione di La Pita e di diventare suo alleato. Don Victor si oppose fermamente accusando Rincón di legami con il narcotraffico. Su di lui pendono infatti diverse accuse per associazione a delinquere, traffico di armi e corruzione ma nessun giudice è ancora riuscito a incastrarlo. Davanti al rifiuto e alle offese di Carranza, Rincón decise di vendicarsi e di conquistare con le armi e la violenza ciò che non aveva ottenuto con il denaro.

Nel 2009 e nel 2010 Carranza fu vittima di due rocamboleschi attentati dai quali uscì miracolosamente illeso. Rincón risultò esserne il mandante così come degli omicidi e degli assalti ai giacimenti avvenuti negli ultimi tempi quando ormai la malattia di Don Victor lasciava presagire la sua fine. La miniera di Cuna vicino a Maripì, di proprietà di Carranza, Carlos Molina e Jesús Hernando Sánchez, è stata presa di mira due volte a distanza di pochi mesi nel corso del 2011. In entrambi i casi un commando di uomini armati e incappucciati aggredirono le guardie del turno di notte e si portarono via l’intera produzione. Non è dato sapere l’esatto ammontare della refurtiva ma si parla di milioni di dollari. Anche Hernando Sánchez, mano destra e possibile erede di Carranza, è stato vittima nell’ottobre 2012 di uno spettacolare attentato avvenuto in un centro commerciale di Bogotà dove un sicario gli sparò undici colpi di pistola. Sánchez scappò sul tetto e rispose al fuoco riuscendo a salvarsi. Le telecamere di sicurezza dell’edificio registrarono il duello e i telegiornali di tutta la Colombia lo mandarono in onda in prima serata.

Ma la morte che più di tutte ha sconvolto il Boyacà e i suoi abitanti è stata quella di Mercedes Chaparro, punto di riferimento di Don Victor nella gestione dell’impresa Esmeraldas Santa Rosa, a Maripì. Personaggio forte ma trasparente, Mercedes era fermamente convinta dell’importanza della pace e del necessario sviluppo economico e sociale della regione. Alle 17.30 di un pomeriggio di inizio luglio, nella campagna vicino a Muzo, un gruppo di uomini mandò fuori strada la jeep sulla quale viaggiava assieme al figlio e le sparò nove colpi di fucile. Proprio poche ore prima Donna Mercedes era stata contattata dagli uffici della procura e si era resa disponibile a testimoniare contro Rincón in uno dei processi che lo vedono imputato.

Nonostante questa catena di omicidi i leader della regione continuano a ripetere che gli accordi presi non sono in discussione e che nessuna nuova “guerra verde” sta per esplodere. Affermazioni difficili da credere persino per lo stesso Carranza che prima di morire confessò a un amico: “Le parola data non conta più niente. Alle riunioni parlano di pace ma fuori ci sono i morti”.

Negli ultimi tempi lo zar viveva isolato, circondato solo dai familiari e dalle guardie del corpo. Nelle sempre più rare interviste dichiarava di aspettare sereno la morte ma teneva sempre con sé una pistola. Era pronto ad andarsene ma solo per mano di Dio, non dei suoi nemici.

Passeggiando la sera nella piccola piazza del municipo di Santa Barbara che sorge in cima alle miniere di Peñas Blancas dove il giovane Carranza iniziò la sua carriera di esmeraldero, si trovano aperti solo un piccolo bar e un negozio di abbigliamento per signore. Teresa e Marina si provano dei vestiti che non compreranno e ricordano i tempi della guerra: “Furono anni difficili, tutti andavano in giro armati, noi donne comprese. Eravamo come selvaggi e volevamo solo arricchirci. Poi i duros, i potenti, fecero la pace. Ma con la pace arrivò anche la povertà e adesso è quasi peggio di prima”.

Le loro parole rivelano una triste realtà. Finita l’epoca della bonanza durante la quale “chiunque poteva trovare uno smeraldo e cambiare la propria vita dalla sera alla mattina”, divennero necessari macchinari costosi e studi complessi per poter penetrare in profondità le montagne e mantenere viva l’industria estrattiva. Carranza intuì che solo pacificando la regione e accettando di regolamentare lo sfruttamento delle miniere avrebbe potuto attrarre nuovi investimenti e capitali. E non sbagliava. Il denaro arrivò e gli affari proliferarono ma nemmeno una minima parte della ricchezza saccheggiata al sottosuolo venne destinata al progresso della zona che iniziò a sprofondare nella miseria. Ancora una volta però Don Victor sorprese tutti e in accordo con il Governo si impegnò affinché le imprese minerarie versassero allo Stato una tassa destinata a progetti di sviluppo: la costruzione di nuove strade, scuole, ospedali. Che venisse pronunciato con rispetto, con timore o con disprezzo, il nome di Don Victor aveva risuonato per decenni tra le colline del Boyacà e nonostante gli sporadici seppur gravi fatti di sangue, durante il suo impero nessuno osò apertamente mettere in discussione la pace. Oggi con la sua morte il precario equilibrio tenuto in piedi dal suo carisma sembra destinato a crollare. E mentre a Bogotà i suoi fedelissimi piangono circondati da guardie del corpo, nel Boyacà occidentale vengono avvistati uomini armati e casse di fucili, probabilmente paramilitari pagati da Rincón. Una nuova “guerra verde” è quindi pronta a esplodere e una possibile tregua futura dipenderà solo dalla volontà e dalla scaltrezza del prossimo zar.

Minidoc: El embrujo verde 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...