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Tijuana, Shanghai, Brussels, Miami, Lima, Athens

TIJUANA – The midwives helping women on the US-Mexico border

In Tijuana, two women who call themselves ‘frontier midwives’ are supporting women neglected by the healthcare system.

Read the article on Al Jazeera https://www.aljazeera.com/indepth/features/2017/09/midwives-helping-women-mexico-border-170906090026379.html

And on Vice News Mexico https://www.vice.com/es_mx/article/xwapqd/vice-news-parteras-fronterizas-ayudan-a-las-mujeres-haitianas-de-tijuana-a-dar-a-luz

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MI HIJO SE FUE A LA YIHAD

Luego de los ataques terroristas en París de noviembre pasado, donde murieron 130 personas, los servicios de inteligencia franceses ubicaron el barrio Molenbeek, en Bruselas, como uno de los lugares en donde se planearon los atentados; con 40% de la población de origen musulmán, esta localidad belga es, según fuentes oficiales, el sitio que más extranjeros aporta a las filas del Estado Islámico en Siria; Domingo visitó la peligrosa guarida de yihadistas para conocer el día a día de sus habitantes.

Read the article on El Domingo, Mexico: http://www.domingoeluniversal.mx/historias/detalle/Mi+hijo++se+fue+a++la+Yihad-4701

I figli che non abbiamo avuto

Pubblicato su L’Espresso, novembre 2014

Alla fine degli anni novanta, in Perù, migliaia di donne indigene e contadine, vennero sterilizzate contro la loro volontà per adempiere al “Programma di salute riproduttiva e pianificazione familiare” voluto dall’allora presidente Alberto Fujimori. Le prime denunce cominciarono nel 1997, ma sino ad oggi nessuna delle vittime ha ricevuto giustizia. Ciò nonostante, in molte continuano a lottare e a raccontare la loro storie.

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Isabel non avrebbe mai permesso che degli sconosciuti obbligassero sua figlia Sabina a bagnarsi con acqua gelata, buttandole addosso secchiate, grida e insulti, chiamandola “maiale, cagna, cuy”.

Proprio lei, che era solita riscaldare l’acqua sul fuoco, insaponarla delicatamente e pettinarle ilunghi capelli neri fino a farli brillare. Ma quel giorno, il 25 agosto del 1996, Isabel era andata al funerale di alcuni parenti morti in seguito a un incidente stradale, e non poteva immaginare quello che stava accadendo a sua figlia.

Sabina Huilca Cóndor di 26 anni, era all’ultimo mese della sua terza gravidanza, e quando fosse arrivato il momento avrebbe contato come sempre sull’aiuto di sua madre e di sua sorella Nelly. In quegli anni, nella piccola comunità di Huayllacocha, incastrata tra le montagne che circondano Cusco, l’antica capitale dell’impero Inca, a nessuno sarebbe mai venuto in mente di affidarsi a un’equipe di medici, infermiere e ostetriche per qualcosa di tanto naturale e quotidiano come dare alla luce.

Ma le “promotrici di salute” che nella seconda metà degli anni novanta avevano cominciato a girare per i villaggi  remoti e le zone rurali del Paese con l’obiettivo di aiutare le contadine e le donne indigene a raggiungere una maggiore coscienza del loro corpo e dei sistemi anticoncezionali, avevano raccomandato a Sabina di fidarsi di loro, perché il nascituro era podalico e un parto in casa avrebbe messo a rischio la vita della madre e del feto. Così, quando a Sabina si ruppero le acque, lei e suo marito Carlos si incamminarono verso il Centro di Salute più vicino.

Quando nacque la piccola Soledad, i medici offrirono a Carlos un brodo caldo in cambio di una sua firma su un foglio che lui, analfabeta, non fu capace di leggere, e lo invitarono ad andare a casa tranquillo, ché sua moglie avrebbe passato lì la notte, per sicurezza.
Non puoi mangiare, perché domattina ti puliscono la pancia” disse un’infermiera a Sabina quella sera. Sabina passò la notte con Soledad, la bambina che tanto aveva desiderato dopo aver già avuto due maschi. Ma alle sei della mattina la svegliarono urlando: “Lavati la bocca! Hai fatto la doccia? Lavati il corpo!”
“Mi strapparono mia figlia dalle mani. Presero una pompa dell’acqua per lavarmi. Io cominciai a piangere. Mia mamma non mi aveva mai lavato così, con acqua ghiacciata. Mi misero un camice verde e una flebo al braccio. Poi mi legarono le mani e i piedi alla barella”.
“Tu non hai abbastanza soldi per mantenere così tanti figli. Partorite come maiali…”
“Poi mi fecero l’anestesia e io mi addomentai. Cuando mi svegliai stavano ancora finendo di cucirmi”

Sabina era stata sterilizzata. Con la forza e l’inganno. Senza nessuna precauzione igienica e senza gli strumenti chirurgici adeguati. Senza che qualcuno si preoccupasse di possibili complicazioni, infezioni o emorragie. Le avevano tagliato la pancia e le tube in tutta fretta, disturbati dalle sue grida e dalle sue richieste di aiuto e spiegazione. E una volta finito l’avevano ributtata in strada, proprio come ciò che l’accusavano di essere: un animale.

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Continua a leggere:
http://espresso.repubblica.it/foto/2014/11/11/news/i-figli-che-non-abbiamo-avuto-il-peru-e-il-dramma-delle-sterilizzazioni-forzate-1.187515

Guarda la gallery di Mirko Cecchi:
http://espresso.repubblica.it/foto/2014/11/12/galleria/sterlizzazioni-forzate-in-peru-1.187573#1

I lipoveni in Romania

Pubblicato su Il Post, marzo 2012

I lipoveni abitano il delta del Danubio romeno da quando, alla fine del 1600, i loro antenati si opposero alle riforme introdotte dal patriarca Nikon alla Chiesa ortodossa russa e furono costretti a lasciare il loro Paese per fuggire alle persecuzioni. I “Vecchi Credenti”, come vengono anche chiamati, trovarono nella regione del delta un rifugio naturale per mantenere intatte le loro convinzioni religiose e le loro tradizioni di sussistenza legate alla pesca. In tutto, la comunità lipovena romena è composta da poche migliaia di persone e vive per lo più in piccoli villaggi che sorgono sulle sponde del fiume, come Sfistovca, Periprava e Mila 23.

Bisogna andare però a Tulcea, la cittadina portuale capoluogo della regione, per comprendere il conflitto che sta nascendo tra le loro usanze millenarie e le esigenze di una zona che rappresenta allo stesso tempo un’importante meta turistica e un’incredibile riserva naturale da preservare. Natalia Neumann è una piccola signora dai grandi occhi azzurri ed è la rappresentante della comunità lipovena di Tulcea. È sposata con un signore ebreo e suo figlio Edy, dopo aver studiato a Londra, ora è tornato a casa e fa il musicista jazz. Questi dettagli personali aiutano a ridimensionare immediatamente l’idea che si può avere di una comunità ortodossa. Natalia mostra orgogliosa il nuovo Centro culturale lipoveno dove organizza convegni, corsi di lingua russa e dove si riunisce il coro che lei stessa dirige.

Continua a leggere:
http://www.ilpost.it/2012/03/19/i-lipoveni-in-romania/

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